Ritengo opportuno precisare il mio pensiero relativamente ad un argomento estrapolato dal mio articolo pubblicato sull’ultimo numero di foglio azzurro.
Nel mio intervento anticipato sul mio sito personale, infatti, tra i diversi punti trattati, ho espresso la convinzione che la città di Aosta debba passare, nel settore turistico, dalla mera vocazione all’azione.
In questo senso, alla luce degli oggettivi cambiamenti avvenuti nella società, ho espresso l’opinione che un’area industriale inserita praticamente a ridosso del centro storico – pur riconosciuta come determinante per l’economia regionale e cittadina soprattutto nel secolo scorso- non possa costituire un elemento centrale su cui continuare a ragionare all’alba del nuovo millennio per lo sviluppo futuro della nostra città.
Innanzitutto, sarei da ricoverare se, come qualcuno ha fatto intendere o strumentalizzato, avessi proposto una chiusura tout court dello stabilimento Cogne.
Pensare di delocalizzare e/o ridurre gradualmente l’attività industriale in funzione di un progetto di medio e lungo termine finalizzato ad incrementare l’attività turistica e nel settore dei servizi non significa certo proporre di mettere a repentaglio l’attuale posto di lavoro di un migliaio circa di dipendenti.
L’area attualmente occupata dallo stabilimento Cogne A.S, vasta e strategica, non mi sembra poi che sia interamente adibita a tale attività ( non tutti i capannoni sono pienamente operativi ) e, nelle attuali condizioni, limita enormemente le iniziative che, a parer mio, devono essere poste in essere proprio per creare le condizioni che i posti di lavoro crescano nel futuro.
Delocalizzare e/o ridurre gradualmente le aree attualmente occupate non significa cancellare.
Ma se proprio vogliamo parlare di tutela dei posti di lavoro, la mia preoccupazione è proprio quella di non essere in grado di fronteggiare una crisi improvvisa che possa colpire un unico soggetto non più in condizioni di garantire l’occupazione ad un numero percentualmente elevato di lavoratori, in assenza di alternative, oggi completamente inesistenti.
Oggi Aosta, oltre allo sterminato comparto pubblico diretto ed indiretto, nel privato può contare solo su questo unico soggetto privato per quanto riguarda l’occupazione.
E’ un rischio enorme da cui dobbiamo progressivamente uscire.
Sarebbe come se un risparmiatore puntasse buona parte di tutti i suoi risparmi su di un unico titolo azionario.
Un titolo, oltretutto, che ben difficilmente potrà avere dei margini cospicui di rialzo, alias potenzialità di crescita occupazionale.
E se, come spesso purtroppo accade ed è accaduto (vedi Olivetti ad Ivrea), la Cogne chiudesse per difficoltà di mercato o per decisioni imprenditoriali unilaterali, che fine farebbero i lavoratori ivi occupati?
Così come un risparmiatore avveduto deve diversificare i propri investimenti, un amministratore attento e dinamico deve preoccuparsi di creare più basi economiche ed infrastrutturali su cui poter gradualmente costruire le opportunità di lavoro dei propri cittadini.
In questo contesto economico globale in rapida evoluzione non credo quindi che sia saggio rimanere su posizioni vecchie e stereotipate, anche se comprendo che siano più facili e più comode.
Una Cogne A.S. ridotta nelle infrastrutture ad essa dedicate oppure delocalizzata gradualmente in aree più idonee a tale attività (ad esempio in bassa valle) libererebbe degli spazi vitali ove poter creare condizioni di insediamento nel settore dei servizi non certo a pericolo di inquinamento (penso al settore legato all’informatica stile Google e Yahoo), nonché strutture turistiche e fieristiche di livello.
Oltre ad un vero impulso all’attività commerciale e terziaria cittadina, si creerebbero altre opportunità occupazionali, ben più numerose ed aggiuntive rispetto a quelle esistenti.
A meno che si voglia mantenere lo status quo e che i nostri discendenti siano sempre più costretti a trovare le loro soluzioni occupazionali nell’unico datore di lavoro oggi esistente: la Regione.
Alberto Zucchi