Ma chi
l’ha detto che Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini non sono d’accordo su
niente? Al contrario, concordano sull’essenziale. Entrambi, infatti, ritengono che
la loro “creatura”, il PdL, così com’è non li soddisfa, non li appaga, non somiglia
neppure lontanamente al partito di riferimento di tutto il centrodestra che
avevano immaginato e per il quale hanno sacrificato le rispettive formazioni politiche.
Altro che disaccordo, dunque. Le varie “vertenze” che li hanno allontanati sono
da derubricare a quisquilie e pinzillacchere, per dirla con l’immenso Totò, a
fronte della questione vera che vede uniti i due leader: l’insostenibile
leggerezza del PdL manifestatasi, in forme drammatiche e grottesche allo stesso
tempo, in occasione della compilazione e della presentazione delle liste
elettorali regionali disgusto per come è ridotto il partito di cui è
co-fondatore, il presidente del Consiglio non è stato da meno, sia pure
con accenti
forse meno roboanti, nel rassegnare il proprio disappunto in cerchie ristrette,
avendo tuttavia cura di farlo conoscere. Tanto l’uno quanto l’altro, insomma, hanno
stigmatizzato in questi giorni, piuttosto vivacemente, le distorsioni,
soprattutto personalistiche e correntizie, che hanno provocato il collasso
della struttura organizzativa del PdL, ed il suo logico impasse politico,
proprio nel momento in cui nessuno se lo aspettava. Infatti, la cavalcata
elettorale, fino a poche settimane fa, sembrava dovesse essere trionfale, priva
di rischi seri, con la prospettiva di strappare alla sinistra numerose regioni.
Poi le lotte per le candidature hanno fatto emergere smagliature organizzative,
contrapposizioni nei vertici locali, superficialità politica nell’affrontare una
prova che in realtà era più impegnativa di quanto qualcuno sospettasse. E sono
cominciati i primi guai. La formazione dei “listini” (quelli nei quali vengono candidati
gli eletti sicuri nelle regioni dove si vince) ha poi creato dissapori, acuito
diffidenze, approfondito vecchi solchi tra le componenti di Forza Italia e di
Alleanza nazionale. Infine, la storiaccia con la quale il sistema politico nel
suo complesso è alle prese da una settimana: l’esclusione di liste e candidati
governatori dalle elezioni. Uno psicodramma politico che è paradossalmente
diventato giudiziario. Ce n’è abbastanza perché Berlusconi e Fini tornino ad
andare d’accordo: naturalmente sul disaccordo, prossimo alla guerra per bande,
che attraversa il PdL e ne pregiudica il futuro. Tutti e due si chiedono
sostanzialmente: possiamo procedere così per altri tre anni, cioè fino alla
fine della Legislatura? E rispondono, concordemente, che non è neppure immaginabile
la perpetuazione di una tale situazione per un tempo tanto lungo da logorare
chiunque, figuriamoci una forza politica ed una coalizione che già devono
fronteggiare burrasche di ogni genere e dovrebbero, piccolo particolare, assicurare
il governo al Paese e fare anche qualche riforma non proprio marginale di cui i
cittadini avvertono impellente la necessità.
È
tempo,dunque, di rimettere insieme i cocci. Gli eterni duellanti, come li aveva
dipinti qualcuno, pur restando di avviso diverso su molte problematiche
concernenti la concezione del partito stesso, alcune priorità legislative e l’avvenire
del centrodestra – questioni tutt’altro che irrilevanti, com’è facile capire –
sono “co - stretti” dalle circostanze ad assumere atteggiamenti che
definiremmo, rinverdendo un’antica metafora che poi è un vero e proprio
ossimoro politico, “con - vergenze parallele”. Il fine è lo stesso, poco importa
se il percorso è diverso.
Di
questo sembrano essere convinti Berlusconi e Fini, almeno in questa fase travagliata
della vita del PdL. Del resto, non sembra che all’orizzonte vi siano
alternative. Il nuovo partito può diventare un “partito nuovo” a patto che i
due leader, dopo le elezioni, s’impegnino nel fare entrare aria fresca nelle
stanze dove finora le finestre sono rimaste ermeticamente chiuse. Diversamente,
trovino un’altra via per far sopravvivere il centrodestra. Potrebbe anche
essere quella di decidere che il PdL non è il soggetto adeguato che immaginavano
e regolarsi di conseguenza.
Sempre d’accordo, comunque.
Gennaro Malgieri " Libero del 06 marzo 2010 "